2010 12 novembre

La strana storia di Giuditta, barca a vela rubata, usata per il trasposto di clandestini

La strana storia di Giuditta, barca a vela rubata, usata per il trasposto di clandestini

La barca dolorosamente spiaggiata e praticamente distrutta sulla costa di Le Castella, dentro il parco di Capo Rizzuto si chiama Giuditta, è un Sun Odyssey 43. L’avevo comprata da una compagnia di charter perché era l’unica disponibile in Mediterraneo con il nome di mia figlia e di sua nonna e costava una cifra ragionevole. Era un poco al limite delle mie possibilità economiche: insomma al limite dei cinquant’anni mi ero preso un rischio, su cui investire i risparmi. Dentro c’era tutta la mia passione per il mare: infinita. Una passione che mi ha portato a vivere per il mare e sul mare, per venti anni nella redazione della più antica rivista di nautica da diporto, di cui sono stato direttore responsabile per quindici. Non era un oggetto di ostentazione, nè di conquista. Era il mio strumento per le vacanze, navigare, esplorare. La vicenda è di per se assurda: era ben protetta in un porto della Grecia, con la missione il prossimo anno di portarmi verso Oriente. Dopo le mie speranze e i miei sacrifici ha portato in Italia quelli di una settantina di afgani, curdi, iracheni. L’ho vista sul posto l’ultima volta. Se mi concentro sento il suo motore spingere e urlare sotto il carico umano, per cui provo grande pietà. Sono perfino sereno se immagino tutta quella gente che indossa i nostri vestiti e usa i miei asciugamani. Temo che il sacrificio di Giuditta però servirà a poco: con ogni probabilità saranno rispediti a casa, che forse non hanno nemmeno più. Ho letto i commenti sui giornali: yacht milionario etc etc. So bene che non è così. Purtroppo quando si parla di barche da diporto c’è sempre un sottinteso di maldicenza, come fosse proibito avere la passione del mare. Le coste italiane sono piene di appassionati che come me hanno coltivato il loro sogno per anni e che nulla hanno a che vedere con i ricconi evasori. E’ ora di finirla con questo modo di essere biecamente “benpensanti”, solo per conquistare un consenso sociale. Forse è meglio iniziare a pensare che questi eventi sono il sintomo d’altro. Per esempio, quello della fatica dell’Occidente a conservare il suo posto nel mondo, anche a difendersi. Non fanno rabbia i clandestini, m (dal blog di Antonio Vettese /www.thesailingtimes.com/)



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